Questi brevi racconti, scritti nel 1988, partono tutti da un presupposto comune: l’incidente deriva quasi sempre da un errore umano al volante, errore che ha i suoi aspetti “tecnici”  come una manovra di guida sbagliata, una valutazione imprecisa della velocità o della difficoltà, una distrazione alla guida. Ma dietro ad ogni errore “tecnico”, c’è spesso un atteggiamento, un comportamento a rischio, un approccio psicologico che porta all’errore: insomma, in ultima analisi l’errore tecnico ha sempre anche una spiegazione psicologica.

Ho quindi deciso di raccontare sei storie brevi che terminano tutte con un incidente; di fare una analisi tecnica dell’incidente e infine di farne un’analisi psicologica. Sono storie inventate ma basate tutte su fatti reali, o situazioni in parte realmente vissute.

Forse, leggendoli, vi riconoscerete in qualcuno di essi.

SENTIRSI DIVERSI AL VOLANTE.

 

“Anticipando la partenza delle mie ferie avevo compiuto una doppia metamorfosi: avevo rotto il piano delle mie ferie già programmato da altri e, abbandonandoli in riva al mare, mi ero ritagliato qualche giorno solo per me. Poi avevo stupito Luisa che se ne stava ancora lì, a chiedersi dove avevo trovato in quel 14 di agosto la tranquillità di andarmene lasciandola sola con le sue indecisioni.

Ora, mentre gli altri dormivano, mi trovavo a guidare nelle prime luci dell’alba, accompagnato da questi pensieri. E mi sentivo particolarmente contento di me: era piacevole, per una volta, sconvolgere i programmi e le persone con il mio inatteso agire, essere capace di uscire dai loro schemi, vedere che mi osservavano con un occhio di rimprovero e uno di curiosità perché non se lo aspettavano: loro che poi avrebbero voluto sempre capire tutto. E stupire anche Luisa che aveva sempre bisogno di riflettere.

Stavo talmente bene che anche la mia auto si era accorta del mio stato d’animo e si lasciava guidare rispondendo ai mie comandi con insolita dolcezza mentre io guardavo distrattamente il paesaggio senza vederlo. Guidare era piacevole e rilassante; sdraiato disinvoltamente sul sedile tenevo un braccio sul finestrino abbassato e la mano destra in cima al volante che facevo ruotare seguendo curve che sembravano disegnate da me stesso tanto mi riuscivano con facilità. Non le osservavo, le indovinavo. Così guidare e pensare alla mia fuga dal gruppo dei miei amici era un’operazione unica, compiuta con lo stesso ritmo.

Ma ecco che una fila di alberi mi si presenta di fronte improvvisamente risvegliando la mia attenzione: dopo una semicurva la strada scompare girando di colpo con un tornante alla mia destra. Non me lo aspettavo! Mi scuoto dal torpore dei miei pensieri, istintivamente scalo una marcia e poi freno, prima piano per paura di bloccare le ruote, poi più forte perché vedo che non basta ma è già troppo tardi: la curva rimane alla mia destra mentre la mia auto prosegue diritta a ruote inchiodate….”.

ANALISI DELL’ERRORE

Diversi elementi concorrono a creare la situazione che ha come esito finale l’incidente. La loro concorrenza è tanto più necessaria quanto più è bassa la velocità. In questo caso la distrazione, lo scarso impegno alla guida, l’eccessiva disinvoltura sono i presupposti che favoriscono una guida non corretta e disimpegnata. Se è vero che guidare piano richiede meno impegno, bisogna però ricordare che si può sempre essere costretti a fronteggiare situazioni d’emergenza. Non bisogna mai rilassarsi e abbassare la guardia: se volete ammirare il paesaggio fermatevi.

Un atteggiamento di eccessiva disinvoltura si porta dietro, di conseguenza, alcuni errori tecnici. Il più comune sta nel modo in cui teniamo il volante e muoviamo le mani lungo lo stesso. Nella scelta della posizione di guida e nel modo di tenere le mani sul volante non dobbiamo ricercare la comodità ma un impostazione corretta e funzionale a fronteggiare ogni eventualità con una pronta manovra di emergenza. Un braccio sul finestrino presuppone invece una guida con una sola mano mentre l’altra si riposa. Occorre invece guidare sempre con entrambe le mani che devono trovarsi in rettilineo in simmetrica opposizione, nella posizione che hanno le lancette dell’orologio alle 9.15. Occorre spostarle il meno possibile (solo quando nell’affrontare una curva stretta abbiamo paura poi di trovarci con le braccia incrociate) e questi spostamenti vanno eseguiti secondo una tecnica ragionata e facendo sempre attenzione che, una volta spostata, le mani si trovino sempre in opposizione.

Un altro aspetto tecnico riguarda le traiettorie. Le strade sono disegnate seguendo la natura o le esigenze dell’uomo. Nel primo caso, che è tipico delle strade di montagne, possiamo si intuire lo sviluppo e l’alternarsi delle curve a destra e a sinistra osservando la conformazione del terreno ma sono sempre possibili bruschi scarti improvvisi della strada che ci costringono a improvvisi rallentamenti. Insomma se riusciamo a indovinare le prime 30 curve ci sembrerà di avere capito il segreto della strada, ma la 31° può sempre riservarci sorprese. Occorre quindi mantenere una certa diffidenza nell’affrontare curve cieche scegliendo una traiettoria e una velocità che permettano correzioni. La traiettoria è quindi una linea geometrica che va scelta consciamente cercando di anticipare lo sviluppo della strada.

Una volta che ci si trova in una situazione di emergenza bisogna, nel poco tempo disponibile, eseguire una serie di manovre corrette in rapida successione. Nel nostro caso il guidatore, appena resosi conto di essere nei guai, come prima cosa ha pensato a scalare una marcia. Questo gli ha fatto perdere tempo prezioso per la frenata. Quando in condizioni di emergenza dovete ridurre la velocità prima di una curva, occorre concentrarsi subito sul freno e lasciare perdere il cambio e la scalata che normalmente eseguiamo prima di una curva perché in caso di una grande frenata questa non dà alcun contributo apprezzabile al rallentamento del veicolo che va affidato esclusivamente ai freni. In queste situazioni non si può frenare dolcemente per paura di bloccare le ruote e poi aumentare l’intensità della frenata in un secondo tempo. Bisogna frenare forte subito, anche a costo di rischiare qualche piccolo bloccaggio di una ruota. Se il bloccaggio riguarda poi entrambe le ruote anteriori questo toglie al veicolo ogni direzionalità e l’auto prosegue diritta anche se sterziamo. Per ridarle direzionalità occorre togliere per un attimo il piede dal freno e riprendere successivamente a frenare con minore intensità (il problema non si pone se avete l’Abs che evita il blocco delle ruote in frenata). Inoltre in questi casi, cioè quando si effettua una frenata di emergenza prima di una curva, anche la traiettoria va modificata. Nell’attimo in cui ci rendiamo conto che la velocità è eccessiva occorre frenare e contemporaneamente dirigere il veicolo verso la parte interna della curva. In casi drammatici ci troveremo così a centro curva avendo ancora la larghezza della strada da sfruttare per la frenata prima di finire nel fosso dalla parte opposta.

PSICOANALISI DELL’ERRORE.

Un errore nella condotta di guida che compromette la nostra sicurezza sulla strada ha sempre dietro di se una componente psicologica che ne crea le premesse. Quando ci sediamo al volante della nostra auto, come quando ci sediamo dietro la scrivania, ci portiamo dietro sia i problemi del momento che quelli legati alla nostra storia personale. Come sul lavoro cerchiamo allora di “staccare” per evitare che i nostri problemi influenzino le scelte professionali, tanto più quando siamo alla guida dell’auto questo ci deve apparire necessario. Spesso invece avviene proprio l’opposto. Allora, appena usciti dal lavoro, l’auto diventa una zona franca, una scatola di latta che ci protegge e che con noi alla guida diviene strumento attraverso il quale esprimiamo, scarichiamo o diamo soddisfazione a esigenze e pulsioni personali. L’automobile stessa, per il fatto di essere uno strumento che risponde ai nostri comandi ed esegue i nostri ordini, facilita questa forma di trasposizione. Così se a volte guidiamo in modo diverso dal solito facendoci condizionare da problematiche estranee alla guida come la fretta, altre volte è proprio il fatto di sedersi al volante che favorisce l’espressione di certe nostre tendenze (come l’aggressività). Quest’ultima è la situazione più pericolosa, quella in cui si assume il comportamento più adeguato alla realtà interna che a quella esterna. E se della prima condizione a volte abbiamo coscienza, quest’ultimo comportamento viene spesso vissuto dal soggetto come normale ed è quindi potenzialmente più pericoloso perché meno sottoposto al controllo dell’Io.

La situazione che abbiamo descritto in apertura può essere definita come uno stato di esaltazione narcisistica. Il nostro guidatore aveva assunto comportamenti insoliti, era riuscito a fare cose che stupivano sia lui che gli altri e questo gli faceva percepire un senso di grandiosità interiore. Questa situazione psichica di grandiosità non è compatibile con un atteggiamento di vigile diffidenza verso l’esterno e di valutazione degli elementi di difficoltà e di pericolo. Ci si sente infallibili, invulnerabili e conseguentemente viene meno la nostra capacità di valutazione obiettiva della realtà.

Questa condizione interna modifica così anche il nostro modo di guidare, non solo nell’attenzione prestata alla strada, ma anche all’esecuzione di manovre semplici come tenere il volante, portare o meno il piede destro sul pedale del freno, allargarsi un po’ all’esterno prima di una curva. Una buona parte della nostra sicurezza deriva quindi dalla nostra capacità di autosservazione e autovalutazione. Dobbiamo sempre tenere un’andatura che rientri nei limiti di quelle che riteniamo le nostre capacità del momento e diventare sospettosi di noi stessi quando notiamo comportamenti insoliti. Invece di esprimere e agire queste nostre tendenze attraverso la guida, è bene tornare a un comportamento abituale e cercare di capire cosa c’era quel giorno dietro a quel nostro essere diversi al volante.