Siegfried Stohr: Aforismi.

QUANDO ANDIAMO PER BOSCHI

QUANDO ANDIAMO PER BOSCHI

“Quando andiamo per i boschi stiamo in silenzio ad ascoltare le voci degli alberi; siamo rispettosi nel nostro andare perché è come essere in un grande tempio”.
Mario Rigoni Stern

Quando ho smesso di frequentare gli autodromi, mi sono appassionato alla montagna, allo stare nella natura, nel deserto, nel Nepal ma anche nelle colline della mia Romagna. Mi sono appassionato per le scalate estreme ma mi diverto ugualmente a pestare la neve nei boschi intorno a casa mia. Oggi, se mi vogliono portare di domenica in un autodromo, in mezzo alla confusione e al rumore mi devono proprio legare. Nulla mi ripaga come sentire sole e vento sulla faccia. Perché qui sento la mia dimensione di libertà, di passione, di vita: solo quando mi trovo in ambiente aperto respiro, anche solo per un attimo, la dimensione del sacro. Eppure, in un’altra fase della vita, ho frequentato altri templi e respiravo la mia dimensione di libertà nel culto della velocità: quelli che gli altri chiamano autodromi per me erano i templi della velocità. Intendiamoci bene, la velocità in se e per se non mi diceva nulla: ma portare un’automobile alla sua massima potenzialità, conoscerla, modificarla e poi saperle tirare fuori il meglio che essa poteva esprimere, questo mi dava soddisfazione. Così è quando andiamo per autodromi; ugualmente quando andiamo per boschi solo conoscere l’ambiente, gli alberi, il respiro della natura, ti permette di immergerti in quella realtà, di viverla pienamente.

AUTOMOBILISTA E CAMMINATORE

AUTOMOBILISTA E CAMMINATORE

Ci ha lasciato l’autore del “Sergente della neve” Mario Rigoni Stern, alpino durante la guerra, scrittore dopo; amante della montagna, del bosco e della neve.
Ne parlo perché è un uomo che merita di essere ricordato, ma anche perché questa figura parla alle mie due anime: a quella di pilota, di automobilista, e a quella di camminatore, pedone e alpinista. Aveva raccontato la grande tragedia della guerra, i nemici che non riusciva a odiare; poi l’amore per il bosco e la sua terra che aveva difesa da una certa forma di progresso. Oggi che non potremmo vivere senza le auto dobbiamo ritagliare nella nostra bella terra delle zone in cui la meccanica dei motori e delle seggiovie non domina. Così come dobbiamo ritagliare, all’interno del nostro scarso tempo di vita fuori dal lavoro, dei momenti per non utilizzare l’auto, anche solo per fare 100 metri a piedi. Perché noi siamo nati per camminare e non per stare seduti dentro una scatola di ferro. Così quando scendiamo dall’auto dopo un lungo viaggio autostradale dobbiamo sgranchirci e sentire il piacere di camminare sulle nostre gambe. Pensiamoci per le nostre vacanze e per la nostra quotidianità. Pensiamoci quando riduciamo la velocità per consumare meno carburante perché così riduciamo anche la nostra fretta di vivere. Ho sempre detto che per un pilota il vero segreto della velocità è la lentezza, cioè la sua capacità di vedere la strada che scorre davanti ai suoi occhi a 200 Km/h come al rallentatore.
Forse è così anche per la vita.

AFORISMA

AFORISMA

“Di che giovamento è stato Milone di Crotone (un atleta) di fronte a Pitagora, Democrito, Platone e Aristotele … che a tutti hanno lasciato i frutti del loro ingegno”?

Lo diceva Vitruvio 2000 anni fa e me lo chiedo anch’io oggi che viviamo comodamente grazie a mille invenzioni ma gli scienziati (es. gli ingegneri che progettano le ns. auto) non sono popolari fra il pubblico. Ma quando leggo certe spiegazioni “tecniche” incomprensibili mi dico che è anche colpa delle persone di “ingegno” che non riescono a far comprendere certe leggi; invece comprendere le gesta di uno sportivo è più facile, e non si ama ciò che non si capisce. Diceva Euclide: “Come volevasi dimostrare”. Così è per i maestri ma questi forse hanno nel loro piccolo miglior fortuna. Ognuno di noi ricorda con piacere chi gli ha insegnato qualcosa (e ha saputo insegnarglielo!) a scuola, a karate, nella pesca subacquea o in un corso di guida.

IL TEMPO DEI BAMBINI

IL TEMPO DEI BAMBINI

"…il tempo dei bambini, com’è noto, scorre con lentezza”.
Jorge Louis Borges

Porsi il problema della velocità equivale a porsi quello della lentezza. Poiché continuamente ricordo ai miei allievi che la percezione della velocità è falsata da mille aspetti (larghezza della strada, confort dell’auto, rumore) possiamo anche dire che la percezione del tempo di viaggio (e quindi della velocità del viaggio) è spesso falsata dal nostro stato d’animo, in particolare dalla fretta di arrivare. Solo così si spiegano certi comportamenti illogici come accelerare comunque in vista di un rallentamento o di un semaforo rosso o come tenere su di giri il motore da fermo. Questi gesti ci danno solo l’illusione di arrivare prima, ci fanno consumare più carburante e correre qualche rischio in più. Inoltre la tensione di arrivare ci farà “non vivere” (non pensare ad altro che arrivare) per il tempo del viaggio. Forse il problema è proprio andare alla ricerca di momenti per rivivere il tempo dei bambini, per ritrovare tempi e spazi più umani in qualche angolo della nostra vita. E il vero segreto per arrivare in tempo è partire prima.

I PILOTI - ANGELI

I PILOTI - ANGELI

Gli angeli hanno forse bisogno di libri sacri…? Per nulla affatto… poiché vedono le verità in persona e si saziano alla sorgente dalla quale noi deriviamo soltanto gocce Sant’Agostino I piloti hanno forse bisogno del contachilometri? No, infatti le auto da corsa non lo hanno. Perché si saziano alla sorgente della velocità, perché la prima qualità di un pilota è la precisione nel valutare (visivamente) la velocità. Se anche noi guidatori sapessimo valutare meglio la velocità (che spesso sottovalutiamo), saremmo certo più sicuri.

L'ECCELLENZA NELLA GUIDA

L'ECCELLENZA NELLA GUIDA

Chi vuole puntare all’eccellenza nella guida, non può limitarsi alla conoscenza delle tecniche, ma deve approfondire le modalità della loro applicazione. Altrimenti crederà di guidare l’automobile, ma, espropriato da una reale conoscenza, sarà in realtà guidato da essa.

IL PIACERE DI CAMMINARE

IL PIACERE DI CAMMINARE

Lo psicoanalista Franco Fornari diceva che l’uomo che scende dalla Ferrari e passa a camminare con le proprie gambe le vive come quelle di un paralitico (proprio perché l’auto viene vissuta come una protesi del proprio corpo). Io vi auguro invece, scesi dalla vostra auto, di riscoprire il piacere di camminare.

I DESIDERI INFANTILI

I DESIDERI INFANTILI

Se è umano che chi, acquistata un’auto veloce, possa desiderare di provarne le prestazioni, è anche doveroso farlo quando questo risulta razionalmente possibile per il luogo, per le condizioni di visibilità e di traffico: l’autostrada si presta bene a questo, ma solo se si sa scegliere il momento adatto.
E il momento adatto non è certo quello che scatta dentro di noi quando, sorpassati da un’altra auto, cediamo ai nostri desideri infantili di giocare alle corse.

TUTTO SCORRE

TUTTO SCORRE

Non esistono due curve uguali; ma anche le condizioni della strada cambiano. Così possiamo ricordare con Eraclito che non ci si può immergere due volte nello stesso fiume, o nella stessa strada.

GLI SGOMMATORI

GLI SGOMMATORI

Possano gli sgommatori incontrare un marciapiede che ne smorzi l’entusiasmo e gli confermi che la nostra esistenza è precaria come il paraurti di una automobile. Non confondete questi ultimi complessati con i veri piloti: perché un vero pilota “sceglie sempre il proprio campo di battaglia”.

LA VERITA' DELLA GUIDA

LA VERITA' DELLA GUIDA

La guida in rettilineo ci illude con la sua apparente facilità: dritto, perfetto, il rettilineo è la metafora del viaggio e del guidare facile. Ma in fondo a ogni rettilineo c’è sempre una curva: una curva che ci riporta alla realtà, a una realtà mai facile, chiara, evidente. Attenzione alle curve perché nascondono insidie; ma racchiudono nella loro bellezza un segreto: la verità della guida.

MOVIMENTO

MOVIMENTO

L’amore per la velocità è amore per il movimento, del corpo come dello spirito, e il movimento è la prima caratteristica della vita. Così pensare in movimento è diverso dal pensare da fermi. Ha un diverso ritmo, una diversa musicalità. Perché il viaggio è una metafora della vita.

ELEGANZA

ELEGANZA

Ritmo, danza: la linea immaginaria che lasceremo sull’asfalto tagliando una successione di curve sarà armoniosa, elegante come una successione di onde.
L’eleganza nella guida traspare dall’uso dell’auto, dai movimenti che le facciamo fare, indipendentemente dalla velocità. Una sbandata è solo una perdita di tempo; una sbandata ha tutto, emozione, brivido, gusto del limite, ma non ha eleganza.

VELOCE-MENTE

VELOCE-MENTE

Che nostro cervello sia sempre più veloce dell’auto, e mai viceversa. Un cervello veloce vede le curve come al ralenti e valuta correttamente la velocità: così sappiamo che è proprio nella lentezza che è racchiuso il segreto della velocità. “Velocemente”. O meglio, veloce-mente.

DIMENSIONE UMANA E DIVINA

DIMENSIONE UMANA E DIVINA

Dotato di una “protesi”, l’uomo si sente diverso. Questo “sentirsi diversi” però è sempre fonte di guai, perché ci fa uscire dalla nostra dimensione reale e umana e ci fa entrare in una dimensione fantastica, magica, divina. Ma la strada, come l’uomo, non ha nulla di divino.

LEGGEREZZA E LIMITE

LEGGEREZZA E LIMITE

Nella fase dell’inserimento in curva, l’auto diventa “leggera”, tanto leggera che basterebbe una foglia caduta sull’asfalto per farla volare fuori strada. Questa leggerezza, questo suo essere per un attimo appesa al filo dell’aderenza, ha il suo fascino: un fascino ben diverso dalla guida equilibrata in rettilineo.
E’ il fascino dell’equilibrio “leggero” di chi cammina sul filo.

I CONFINI DELLA NOSTRA ANIMA

I CONFINI DELLA NOSTRA ANIMA

L’uomo ama correre fino ad accarezzare i limiti della fisica: questa tensione rappresenta il suo desiderio di andare oltre la propria condizione di uomo, la metafora di ciò che separa gli uomini dagli dei, di ciò che separa il mondo della realtà da quello dei desideri e dei sogni.
Ma se ci piace esplorare “i confini della nostra anima” meglio non farlo con l’automobile.

LE MEMBRA

LE MEMBRA

“...le membra ... in Omero...sono...possibilità con cui il corpo si esprime nel mondo. Così il piede di Achille non è una cosa, ma la sua possibilità di superare l’avversario”.
Umberto Galimberti.

La concezione Omerica del corpo (soma) e dell’anima è molto bella: i nostri occhi, le nostre gambe non sono meri strumenti di una soggettività che li trascende (anima), ma opportunità, possibilità. Anche l’automobile può essere vissuta così: come una possibilità di movimento, di viaggio, di raggiungere altri luoghi senza fatica. Ma forse il nostro vissuto è spesso diverso e ci facciamo sedurre dall’oggetto in se, dal suo valore, dal suo essere strumento della nostra volontà; dimenticando così che è un’opportunità offertaci dal progresso.

IL LIMITE

IL LIMITE

"Chi conosce il suo limite non teme il destino."
Umberto Galimberti.

No comment.

A BALUS

A BALUS

“A balus: unità di misura che rileva la quantità di energia di un macchinario fratto il quoziente di intelligenza della persona che lo adopera. I sottomultipli sono: a gò-gò, a manetta, a scoreggia”.
Mare mosso bandiera rossa. Paolo Cevoli.

Trovo molto interessante l’idea di misurare la velocità e dividerla per il quoziente di intelligenza: proposta da inoltrare al Ministro di competenza. A proposito dell’autore della frase riportata, in arte Palmiro Cangini, comico mio conterraneo, noto che l’etimologia di “manetta” deriva dalle moto, quando l’acceleratore era appunto una manetta. Quanto a “balus” e “scoreggia” fate voi.

Allego capitolo sulla velocità dal libro “Tecniche di guida e sicurezza stradale” del sottoscritto.

Capitolo 1 LA VELOCITA'. La guida presuppone il movimento e la misura del movimento è l’espressione di uno spazio percorso in un certo tempo (chilometri/ora o metri/secondo): questa è la “velocità”. Questo quindi è il primo e più importante parametro da considerare. L’uomo si muove a una velocità che varia fra i 4 e i 30 Km/h a seconda che cammini o che corra. Ma già il bambino sperimenta attraverso il triciclo una velocità diversa da quella del proprio corpo, e prima di capirne bene le regole, dovrà, se si muove in un appartamento, urtare spigoli e danneggiare mobili per la disperazione dei genitori: così il giovane neopatentato si muove nel traffico, e lo sanno bene le compagnie di assicurazione. Oggi ci si abitua a valutare il movimento attraverso la realtà virtuale dei giochi, che è diversa dalla realtà del mondo esterno e, soprattutto, quando si commette un errore di guida virtuale non si hanno mai conseguenze drammatiche: quindi questa abilità maturata ai videogiochi, può creare una illusoria sensazione psicologica di facilità del movimento. Dobbiamo invece avere sempre dei riferimenti certi e una percezione precisa del moto e delle sue possibili conseguenze; tutti abbiamo l’idea di cosa voglia dire viaggiare a 50 Km/h ma pochi sanno cosa vuol dire muoversi a 14 metri al secondo: è la stessa velocità. La velocità, come espressione del moto, deve essere valutata in diversi modi: come velocità costante in Km/h (ad esempio in un viaggio in autostrada), come capacità di accelerazione (nella valutazione preventiva di un sorpasso), come capacità di decelerazione (nella previsione della frenata e della relativa distanza di sicurezza da tenere). Oltre alla velocità che può essere misurata con precisione, ci sono però le nostre valutazioni soggettive sulla velocità. C’è infatti la nostra “percezione della velocità” che non sempre corrisponde alla velocità reale: in una strada stretta fiancheggiata da alberi ci sembrerà di andare forte anche a 90 Km/h, in autostrada ci sembra sempre di andare piano. Inoltre anche il rumore influenza la nostra percezione della velocità e, se a bordo di un’auto silenziosa ci sembra di andare piano, a bordo di un’utilitaria smarmittata ci sentiamo Montoya. C’è infine il nostro “vissuto della velocità”: una data velocità in certi momenti ci sembra lenta o eccessiva secondo il nostro stato d’animo (se abbiamo fretta ci sembra sempre di non andare mai abbastanza veloci). Da ultimo dobbiamo considerare oltre alla “quantità” della velocità, anche la “qualità” della velocità: se la quantità è misurabile in Km/h, la “qualità” esprime il controllo che abbiamo ad una certa velocità sull’automobile, la nostra capacità di reagire in eventuali situazioni di emergenza, la pulizia e la correttezza della guida, la sua armonia, la sua eleganza. Due guidatori che hanno la stessa quantità di velocità, possono avere una “qualità della velocità” molto diversa fra loro e di conseguenza sarà anche diversa la sicurezza del loro viaggio.

LA PATENTE

LA PATENTE

“Ebbene, voglio anch’io la mia patente, signor Giudice! La patente di Jettatore.” … “Il giudice D’Andrea abbracciò il Chiàrchiaro a lungo… Questi lo lasciò fare. – Mi vuole bene davvero? - gli domandò. – E allora istruisca subito il processo, e in modo da farmi avere al più presto quello che desidero. - La patente? … - La patente.”
Luigi Pirandello.

La patente. Patente sta etimologicamente per chiaro, evidente. La patente dice con chiarezza che siamo abilitati alla guida. Ora che arriva la patente a punti Pirandello mi ricorda gli automobilisti di molti anni fa: quelli del cornetto rosso appeso al retrovisore, del San Cristoforo, del “Pensa a me” (moglie egoista), del “Pensa a noi” (madre strappalacrime e ricattatoria), quelli del gatto nero. Oggi questi “optional” anti-Jettatore sono stati sostituiti da tante sigle. Meglio, segno di progresso e di crescita culturale.

LA MORTE DI UN PILOTA

LA MORTE DI UN PILOTA

“ … tu hai fatto del pericolo il tuo mestiere, e in ciò non c’è nulla di spregevole. Ecco che il tuo mestiere ti costa la vita: per questo voglio seppellirti con le mie mani”.
Zaratustra.

E’ morto Kato. Per me è già morto dopo quello che ho visto e che ho sentito dire da Claudio Costa. Ma per la stampa e i bollettini medici è ancora vivo. C’è speranza. Così tutto è drammatico ma un po’ meno. Per me invece è già morto dopo che ho visto le immagini: oramai ho come un occhio clinico, un presentimento che nasce dall’esperienza. Quello che più mi rattrista non è la morte in se: quella è già inclusa nel lontano immaginario del mondo delle corse, popolato da gesta, storie, leggende, ma anche dai suoi morti e dal loro ricordo. Mi rattrista la menzogna, la mancanza di rispetto per il morto, il pensiero degli organizzatori che corre solo allo spettacolo che DEVE continuare. Non c’è tempo per fermarsi, per un minuto di raccoglimento che ci aiuta a riflettere sulla vita e sulla morte. C’è solo show, business, diritti del satellite, programmazione. Con Kato, ho visto i commissari prendere il suo corpo che già aveva le sembianze di un fantoccio rotto, senza ritegno, senza rispettare le minime procedure, cercando solo di fare in fretta per sgomberare la pista caricarlo di peso sulla barella; poco dopo ho letto il comunicato della Dorna che dissimulava la gravità del suo stato. Ho capito che il suo corpo andava spostato per fare continuare la corsa, che la sua probabile morte cerebrale andava negata, bisognava rassicurare il pubblico per permettergli di guardare lo spettacolo. Così ho rivisto nella mia mente un film visto tante volte: alla morte di Depailler, di Villeneuve, di Senna. Il dirigente della sua squadra di Depailler si affrettò a dichiarare: “E’ uscito per la tangente, escludo ogni possibilità di rottura della vettura; era un ottimo pilota, bla, bla, bla”. Mentre io sapevo che quella curva si faceva in pieno ed era impossibile sbagliare in inserimento. E il giornalista del TG2 che difronte alle immagini della Ferrari di Villeneuve che si sbriciolava in aria, alle cinture di sicurezza che si staccavano dalla scocca, commentava pensando forse che la Ferrari fosse un cacciabombardiere: “Il seggiolino eiettabile della Ferrari ha funzionato perfettamente”! Riusciva a parlare bene della Ferrari comunque: che bravo ruffiano. Ha avuto il suo premio continuando tranquillamente a mostrarci la sua faccia in video. E infine anche Senna, morto per la rottura del piantone dello sterzo ha visto Patrick Head, suo ingeniere, ipotizzare un errore di guida in una curva che per quelle formula uno è praticamente un rettilineo! E un ancora poco conosciuto Coulthard, testimoniare al processo che il volante di una formula uno si muove di due centimetri! Per favore, non chiamateli più cavalieri del rischio perché ci vuole più coraggio a dire una parola contro chi comanda in formula uno che a fare una curva in pieno. Solo Michele Alboreto testimoniò la sua rabbia per le tante bugie. Ma poi è morto anche lui. Un funambolo camminava sul filo testo in alto sulla piazza: è caduto e sta morendo. Un saggio si china su di lui e gli sussurra: “Oramai non hai più nulla da temere …". Poi gli mostra il suo apprezzamento per il pericoloso lavoro che svolgeva: “ … tu hai fatto del pericolo il tuo mestiere, e in ciò non c’è nulla di spregevole. Ecco che il tuo mestiere ti costa la vita: per questo voglio seppellirti con le mie mani”.
Così parlo Zaratustra.

RAPIDITA' E PRECISIONE

RAPIDITA' E PRECISIONE

“Per salvare il paziente la rapidità è conditio sine qua non. Ma in nessun caso può essere a scapito della precisione esecutiva”.
Osvaldo Chiara. Chirurgo.

In questi giorni tragici di guerra, i chirurghi possono salvare molte vite e quelli che dedicano le loro ferie ad attività umanitarie mostrano il volto migliore della professione di medico, purtroppo a volte oscurato da corruzione e attenzione al solo profitto. Questa frase quindi riporta un chirurgo, con la sua intelligenza e professionalità, ad offrire anche a noi spunti per una guida migliore e più sicura. Spesso infatti, si confonde la velocità con la rapidità. Così mi capita di vedere manovre di guida, ad esempio un cambio di marcia, eseguita frettolosamente, tramutarsi in un grave errore di guida: la rapidità d esecuzione, in questi casi, porta il guidatore sotto la pressione emotiva della necessità di far presto, a compiere un errore e inserire la marcia sbagliata. Nella guida tutto deve essere svolto con precisione; quando si ottiene questo risultato e la tecnica diventa quasi automatica, si può anche cercare di velocizzare la manovra. Ma se una maggiore velocità porta all’errore stiamo guidando in un modo, ad una velocità, con una rapidità di manovra alla quale non abbiamo il pieno controllo delle manovre di guida. E questo porta solo all’errore e a creare una situazione di pericolo.

IL COMPLESSO DI INDIANAPOLIS

IL COMPLESSO DI INDIANAPOLIS

“Il commissario Montalbano sentì arrivare l’auto di servizio … la macchina si catapultò ultrasonica, frenò con grande stridore sparando raffiche di ghiaietta che rimbalzarono in tutte le direzioni, poi ci fu un disperato ruggire di motore imballato, un lacerante cambio di marcia, un acuto sgommare, un’altra raffica di ghiaietta. Il conducente aveva fatto manovra… Gallo, che pativa del complesso di Indianapolis…”
Andrea Camilleri. La voce del violino.

Ma si può guidare così? Due cose mi colpiscono in questo guidatore. La prima è la mancanza di rispetto per la meccanica, per l’automobile; l’inutile spreco di carburante, di pneumatici, di meccanica che comporta questo stile di guida. L’altra è il costante tentativo di mostrare, di esibire le proprie presunte abilità proprio attraverso l’automobile. Io, da pilota, trovo questi comportamenti patetici perché esibiscono presunte abilità sempre in mezzo al traffico, davanti agli altri, vicino al prossimo, sempre a velocità ridicole. La sgommata, il testa coda col freno a mano per posteggiare l’auto davanti al bar, il partire sempre pattinando e il fermarsi sempre facendo stridere le ruote (ma come faranno poi con l’ABS?) fanno parte di un esemplare di guidatore che credevo estinto e invece resiste senza pudore. Preferisco quei guidatori che fanno le corse clandestine sfidandosi di notte in zone deserte: almeno non creano pericolo e fastidio e al massimo sono loro a subire il danno del loro comportamento sfrenato. Ma va detto che anche questi spesso si sfidano su strade aperte al traffico e poi, quando ci scappa la tragedia, spesso accade perchè l’auto finisce fra il pubblico uccidendo qualche spettatore. Nel film di Ligabue, “Da zero a dieci”, queste gare invece venivano organizzate clandestinamente ma in autodromo (il film è stato girato proprio sulla nostra abituale pista, l’autodromo Santamonica a Misano Adriatico). Proprio questa incoscienza degli spettatori è secondo me l’aspetto più significativo del fenomeno delle corse clandestine: se infatti capisco i novelli Schumacher esaltati che rischiano l’osso del collo, non capisco lo spettatore che rischia la propria vita in mezzo a dei pazzi scatenati. Questo ci fa capire quanto, in alcune persone, la percezione del pericolo sia così diversa rispetto alla situazione reale. Occorre invece avere la capacità di pre-vedere, di immaginare possibili pericoli: questo vale quando siamo al volante ma anche quando attraversiamo le strisce pedonali o assistiamo ad un Rally (altra situazione di grande indisciplina e sprezzo del pericolo da parte di alcuni spettatori). Non mi stanco mai di ripetere che la sicurezza al volante sta nella nostra abilità solo per un terzo, mentre per i due terzi è determinata dalla capacità di prevedere i potenziali pericoli. Se fossimo una società un po’ meno ipocrita, potremmo aprire, almeno una volta al mese, i cancelli degli autodromi e lasciare che chi ha il complesso di Indianapolis si sfoghi in pista invece di travolgere vecchiette sulle strisce pedonali; probabilmente però qualcuno avrebbe da obiettare che così si istiga alla velocità, si spingono i giovani a rischiare e allora si lascerà tutto così facendo affidamento sulla capacità delle forze dell’ordine di reprimere un fenomeno preoccupante. Ma abbiamo visto che anche un nostro poliziotto, l’agente Gallo, è vittima pure lui del “complesso di Indianapolis”: che sia stato contagiato?

L'OBBEDIENZA

L'OBBEDIENZA

"L’obbedienza non è più una virtù."
Don Milani. Lettera a una professoressa.

Il parroco di Barbiana, paesino sperduto nell’appennino, era il maestro della locale scuola elementare. Nella sua breve attività ha individuato con chiarezza l’importanza del linguaggio in rapporto alla cultura e al potenziale sviluppo sociale dell’individuo, ma ha anche ribaltato alcune convenzioni sociali connnesse all’educazione. Ad esempio, lui che era molto severo, aveva coniato questa frase sull’obbedienza che rompeva schemi consolidati fin dal regno sabaudo. Questa frase mi stimola a fare una riflessione sulle auto che, anche loro, non sempre ci obbediscono. Ogni tanto vengo invitato a un convegno sulla sicurezza stradale che spesso si trasforma in una inutile e noiosa accusa del modo di vivere dei giovani. Se invece ci sono dei validi esperti, l’argomento diventa interessante. Uno dei problemi che ho ultimamente rilevato è che spesso, nel campo della sicurezza, vengono contestati anche i miglioramenti. Faccio un esempio. La Provincia decide di asfaltare un tratto di strada a rischio, con un asfalto drenante che migliora il coefficiente di aderenza (fondamentale per ridurre gli spazi di frenata) e migliora anche la visibilità perchè le auto sollevano meno nube d’acqua. Allora salta fuori l’esperto che dice: “Sì, però così i guidatori hanno meno percezione della pioggia e finiscono per andare più forte”! Certo la percezione del pericolo è un fattore importante per il guidatore nel regolare la velocità, ma seguendo questo ragionamento dovremmo concludere che fare auto più sicure è pericoloso: chi compra la trazione integrale quando piove o c’è neve va poi più veloce, chi acquista pneumatici specifici per pioggia, che allontanano il pericolo aquaplaning, andrà poi più veloce sotto il diluvio. Che facciamo allora? Auto che sbandano con più facilità? Da queste problematiche, che sono comunque reali, si capisce la difficoltà, per chi lavora nel campo della sicurezza stradale, data la grande interdipendenza che hanno le modifiche fatte sulla strada col comportamento dei guidatori. Ma si capisce anche l’importanza della strada e del suo allestimento per la sicurezza. Quanto alle auto, ho sempre sostenuto che producendo auto con una maggiore sicurezza attiva abbiamo guidatori meno esperti e meno smaliziati. Un tempo, ogni piccolo errore di guida veniva segnalato dallo stridere dei pneumatici o da movimenti dell’auto. Oggi, le auto ci perdonano spesso e il guidatore ha meno conoscenza dei loro limiti; alla fine però anche loro, in qualche caso, non ci obbediscono più e qualche guidatore esuberante o distratto si ritrova fuori strada.
Perché anche per le auto vale quello che diceva Don Milani ai suoi scolari: “l’obbedienza non è più una virtù”.

IL MOVIMENTO

IL MOVIMENTO

“Tutti eravamo felici, ci rendevamo conto che stavamo abbandonando dietro di noi la confusione e le sciocchezze e compiendo la nostra unica e nobile funzione nel tempo, andare.”
Jack Kerouac "Sulla strada"

Ho spesso parlato della velocità del movimento perché a questa sono legati pericoli e differenze nelle tecniche di guida da conoscere. Ma ho spesso trascurato quello che è la base del piacere della guida dell’automobile: il movimento. Ne veloce, ne lento, movimento in se e per se. Nei nostri spostamenti siamo quasi sempre assillati dai “tempi”, quindi dalla velocità: dobbiamo arrivare in tempo, dobbiamo fare presto per avere poi più tempo. La velocità di questi viaggi è forzatamente “nevrotica”, non basta mai e la strada è sempre piena di imprevisti. Il tempo del nostro spostamento è tempo di “non vita”; la vita è altrove, la dove noi dobbiamo arrivare. Come è diverso invece il viaggio di chi ha tempo! La velocità cessa qui di essere importante, l’importante è andare e il viaggio è il vero fine del nostro movimento. Il Tempo di viaggio diventa qui “tempo di vita”. Se in auto potessimo entrare anche solo in parte in questa mentalità del viaggio, recuperare questo tempo per noi, per i nostri pensieri, i nostri poveri “spostamenti” ne guadagnerebbero in qualità. E spesso anche in sicurezza.

GIAN BURRASCA

GIAN BURRASCA

"Il mio problema è che non riesco a… “immaginare le conseguenze che hanno il torto di venire sempre dopo”
Gian Burrasca

Ho visto parecchie persone, dopo un incidente, disperarsi per non essere riuscite ad evitarlo; sentirsi in colpa anche se dal punto di vista del codice, magari avevano ragione. Un pilota invece è più abituato agli incidenti perché per lui è “normale” averne, anche se non è mai ne bello ne piacevole. Se chiudo gli occhi riesco ancora a vedere l’auto proiettata ad alta velocità contro un guard rail, oppure a sentire lo schianto delle lamiere, vedo la polvere, il cielo, una ruota che vola via! Questa esperienza invece non è comune per il normale guidatore e, su strada, l’incidente è qualcosa che ti sorprende perché proprio non lo contempli, non te lo aspetti, non è previsto. Così, dopo, le persone se ne stanno lì a guardare i danni combinati immobili e con uno sguardo attonito e incredulo: “Ma come, per un piccolo errore ho combinato un simile disastro?” Un esercizio poco piacevole, ma certo proficuo per la sicurezza, consiste allora nell’immaginarsi tutte le possibili conseguenze di ogni nostra e altrui manovra. Quando guido su strada, guardo le curve, l’andamento sinuoso del nastro di asfalto, ma non mi sfuggono certi particolari importanti: lì c’è una scarpata a picco sul mare, guarda che bel palo della luce proprio in uscita di curva. Oppure in autostrada: se questo frena di colpo o sbaglia qualcosa gli sono dentro, se mi esce il camion non riesco a fermarmi in tempo! Esercizio che ci porta proprio a “immaginare quelle conseguenze” che Gian Burrasca non riusciva mai a vedere, lui che vedeva solo il presente delle azioni e mai i “fenomeni a catena” che queste, a volte, innescavano.

MACCHINE NIENTE

MACCHINE NIENTE

“Aquà l’aria la è bòna e l’acqua la va pri fòss, machini gnént e i chèn sta stugléd te mèz dla strèda.”
Tonino Guerra. “Il miele”

Traduzione dal Romagnolo: Qua l’aria è buona e l’acqua corre nei fossi, macchine niente e i cani stanno sdraiati in mezzo alla strada. L’auto è utile e indispensabile, comoda e bella, ma in questi giorni di stop al traffico per l’inquinamento nelle grandi città, concedetemi di regalarvi questa bella immagine di una strada in mezzo alla quale un cane se ne sta tranquillamente sdraiato al sole. Perché sono queste le strade che amiamo, strade senza auto! Basta guardare le pubblicità delle automobili per capire che sono sempre sole, mai nel traffico, e che nel nostro immaginario guidare è bello se la strada è tutta nostra. Certo che è frustrante farlo dividendo ogni centimetro di spazio ai semafori, o litigando con gli altri per poter superare in una autostrada a tre corsie. Questo ci faccia riflettere sul piacere di guidare e sulla velocità: due fattori che possono vivere solo in presenza di ampi spazi e di poco traffico.

LA VELOCITA'

LA VELOCITA'

“Se è vero che sono un poeta per grazia di Dio – o del demonio – lo sono anche per merito della tecnica e dell’esfuerzo, e perché so con certezza che cosa è una poesia”
Federico García Lorca

Parafrasando il Poeta potrò sostenere che, se è vero che sono un pilota, lo sono per qualche arte o grazia ricevuta, lo sono anche per merito della tecnica e del mio impegno, e perché so con certezza che cosa è … “la velocità”. Un pilota conosce la velocità come un vecchio marinaio il vento di scirocco. Ne ha una conoscenza approfondita, non superficiale: la intuisce, la fiuta. Lui sa che la velocità non è rumore ne rombo di scarichi affusolati come serpenti urlanti; non è stridio di pneumatici ne scatto arrembante e scalpitante, non è il vento sulla faccia ne il paesaggio che sfugge di lato alla tua vista, non è il piede schiacciato sul pedale ne l’appello a un inutile coraggio; non è fretta, non è impressione, non è quasi, non è forse. La velocità è solo spazio/tempo. Per misurarla il pilota ha a disposizione il contachilometri e anche il contagiri ma non può certo consultarli quando deve frenare all’ultimo momento prima di una curva! Allora un pilota la velocità la valuta con tutti i sensi di cui dispone. Dal suono del motore sente se arriva con più giri del solito, dalla spinta centrifuga se è al limite dell’aderenza: ma sono gli occhi che gli permettono la valutazione più precisa. Quando dopo una staccata al limite il pilota entra in curva a una certa velocità, e ad ogni giro la ripete, ha sempre la stessa, medesima velocità Se è più lento di uno o due chilometri all’ora se ne accorge e accelera un attimo prima. Se si accorge di essere troppo veloce cerca di rimediare. Ma un pilota non sbaglia mai la velocità di 5 chilometri all’ora! Non sarebbe un pilota. Se sono dunque gli occhi che gli permettono questa precisione possiamo forse pensare che abbia una vista eccezionale, ma non è così e infatti abbiamo anche piloti con gli occhiali! Immaginiamo allora che, come tutti noi, il pilota vede la curva avvicinarsi. Quando passa sul traguardo intravede per un lampo le segnalazioni dai box e già punta verso quella piccola curva che lo aspetta sonnacchiosa in fondo al rettilineo. Eccola, ora, diventare sempre più grande, sempre più vicina come un ammonimento, fino al punto della staccata violenta. Per valutare la velocità gli occhi hanno riconosciuto una immagine, una grandezza di quell’immagine, un “frame” dell’immagine come riferimento. Ma se tutti i piloti hanno i loro punti di riferimento i campioni non ne hanno bisogno. Loro sanno riconoscere la velocità anche al primo giro partendo da fermi, anche arrivando affiancati all’avversario all’interno o all’esterno della curva. Il segreto è semplice: il loro pensiero, le loro sensazioni, sono sempre più veloci dell’auto con cui stanno correndo. Perché anche a 200 Km/h, tra “vertigine e solitudine”, nei loro occhi, le immagini della pista scorrono come al rallentatore. Solo così possono prendere la decisione giusta. Solo così possono sapere con certezza che cosa è la “velocità”.

PLATONE - CRATILO

PLATONE - CRATILO

Téchne deriva da héxis noù che significa: esser padrone e disporre della propria mente
Platone - Cratilo

Padri e figli. L’uomo è padre e figlio di se stesso. L’uomo si è evoluto in homo sapiens, sviluppando il linguaggio e quindi il pensiero, quando ha iniziato a usare gli strumenti più rudimentali. Infatti, l’uso dello strumento, ha a lungo termine mutato il suo cervello. Quindi lo strumento, concepito dall’uomo, non è solo uno strumento passivo, ma il suo uso ci cambia. Così è per la tutta tecnica e i suoi strumenti. Il computer, il telefonino, l’automobile, non hanno solo cambiato la nostra vita e il modo di relazionarci agli altri, ma anche il nostro modo di pensare. Così, quando ci confrontiamo con l’automobile, nell’ascoltarne le reazioni, sviluppiamo la nostra sensibilità e la nostra capacità di ascolto e di analisi. Quando, girando il volante, valutiamo la risposta dell’automobile alla nostra manovra, misuriamo la nostra capacità di adattarci allo sterzo e alle sue reazioni; quindi sviluppiamo la nostra capacità di previsione rispetto al movimento. Il nostro cervello, quando viaggia al volante di una automobile, si abitua a rapportarsi alla macchina, più di quanto faccia oramai col suo corpo e le sue gambe. Sappiamo che l’uomo, assistito dalle sue “protesi”, si sente diverso, come ci ricordavano gli psicoanalisti che sostenevano che quando il guidatore scendeva dalla sua Ferrari e camminava sulle sue gambe si sentiva come un paralitico. Ma forse oggi possiamo tranquillamente sostenere che, oltre a sentirsi diverso, lo diventa veramente.

IL SENSO DELL'INFINITO

IL SENSO DELL'INFINITO

“La velocità è piacevolissima per se sola, cioè per la vivacità, la forza, la vita di tal sensazione. Essa desta realmente una quasi idea dell’infinito, sublima l’anima, la fortifica”
Giacomo Leopardi - Zibaldone

Questo testo di Giacomo Leopardi va certamente interpretato. Si riferisce certo a sensazioni provate a bordo di una carrozza o di un cavallo, non certo di una automobile: ma è straordinario come lui avesse saputo anticiparle. Sono sensazioni collegate alla percezione del proprio corpo che si muove nello spazio in modo non connaturato alle sue caratteristiche (siamo dei poveri bipedi). L’uomo le percepisce come quelle che immagina possano provare gli uccelli che volano nell’aria. Queste sensazioni possono essere assaporate con piacevolezza lasciandosi cullare passivamente dalla velocità, oppure procurare un senso di potenza che da euforia: la prima è più tipica di chi viene trasportato (treno, carrozza o passeggero di automobile), la seconda è più facilmente avvertibile da chi guida e sente questa potenza come sua (invece di percepire che appartiene all’auto e al suo motore). Da questa “con-fusione” nascono tanti pericoli per le percezioni di chi guida. Perché certo la velocità fortifica l’animo, ma un po’ come l’alcool: essa dà una “illusoria” sensazione di forza che può realmente portare… all’infinito.

L'IMPORTANZA DELLE PAROLE

L'IMPORTANZA DELLE PAROLE

“Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!”
Palombella rossa - Nanni Moretti

Ora che Moretti ha vinto un premio così importante possiamo citarlo con più piacere. Le sue parole, la sua pignoleria lessicale mi fanno pensare a quanti discorsi confusi ho sempre sentito sulla guida: “Con la trazione anteriore bisogna chiudere il gas in curva mentre con la posteriore…” e via di questo passo con discorsi da pseudo esperti. Anche chi parla male della guida, chi si esprime male e in modo confuso sui movimenti dell’automobile e del guidatore, pensa male: e guida anche peggio! E’ incredibile vedere come le persone riescono a fare delle cose al volante ma poi, se devono raccontare con il linguaggio ciò che hanno appena fatto, fanno confusione. Questo avviene perché gran parte delle manovre al volante sono “automatismi” che abbiamo memorizzato. Ad esempio tutta la manovra per cambiare marcia è complessa, (spingi la frizione, togli gas, metti un’altra marcia, rilascia la frizione, dai gas) e quindi viene svolta senza pensarci. Ma manovre più importanti, come frenare o accelerare in curva, devono essere eseguite coscientemente sapendo prevedere gli esiti della manovre stesse, altrimenti ne va della nostra sicurezza.

LENTEZZA E VELOCITA'

LENTEZZA E VELOCITA'

“…poteva ignorare gli eventi e i suoni rapidi e dedicare la sua attenzione a uno di quei mutamenti che, per la lentezza con cui si svolgono, difficilmente sono percepiti dagli altri”
Sten Nadolny - La lentezza

Un giorno fui invitato ad un dibattito dove io dovevo sostenere le ragioni della velocità mentre altri sostenevano le ragioni della lentezza. Sarebbe facile sostenere le ragioni della velocità ricordando che sia le merci, che le persone come pure le informazioni oggi debbono “viaggiare” alla massima velocità. Così come, per i sostenitori della lentezza, sarebbe facile ricordare che, a furia di correre, ci perdiamo la luce di un tramonto e non sappiamo più apprezzare la bellezza del mondo in cui viviamo. Lo scopo del mio intervento invece, non era quello di sostenere la velocità contro la lentezza, ma di mostrare quanto fossero complementari. Per sostenere questa tesi avrei raccontato un aneddoto e una piccola storia. A Monza, tempio della velocità, c’era una curva, la seconda di Lesmo, che solo io riuscivo a fare in pieno. Era una curva difficile, dove il minimo errore di traiettoria si sarebbe facilmente tramutato in un fuori pista. Il mio segreto consisteva nel fatto che, mentre percorrevo la curva, riuscivo a vederla come al rallenty: mentre sfrecciavo a 200 Km/h, e tutto si consumava in un attimo, riuscivo a vedere con precisione ogni istante, ogni punto della curva stessa e confrontarlo con l’immagine che era impressa nella mia memoria. Se coincideva, la traiettoria era giusta; diversamente mi accorgevo che qualcosa non quadrava. Il segreto per fare il pieno la seconda di Lesmo, il segreto della mia velocità, stava nella lentezza, nella lentezza con cui riuscivo a “vedere” e “rivedere” componendole le immagini della curva. Nella guida stradale ad alta velocità, le immagini di una curva scorrono velocemente ai nostri occhi. Se vogliamo capire in quale punto della curva ci troviamo, e valutare se siamo nella posizione giusta, bisogna che il nostro cervello non subisca le immagini, ma sia in grado di elaborarle, rivedendole e scomponendole come al “rallenty”. Il nostro cervello deve essere più veloce dell’auto, e mai viceversa.

ARTICOLO: GLI IMPREVISTI.
Quando guidi la tua auto in pista e la porti al limite, sai che un errore di guida potrebbe anche costarti un incidente, ma avvicinarti al limite ti riesce facile, perché ripeti più volte la stessa curva, lo stesso giro di pista, e ogni volta aggiusti qualcosa. Su strada, la principale differenza è che non giri in tondo. La curva che hai affrontato ieri, oggi non è nelle stesse condizioni. Inoltre sulla strada, a differenza della pista, ci sono altri veicoli. Tutto questo rientra nella vasta categoria degli “imprevisti”. Abbiamo già visto, nel numero di settembre, quanto sia importante “immaginare” eventuali imprevisti. Ma quali sono gli imprevisti più comuni? Non voglio qui fare una casistica per la quale vi rimando al box qui a fianco. Voglio affrontarli alla radice: infatti gli imprevisti peggiori sono quelli che vi trovano impreparati. Ma come si fa a prepararsi ad un imprevisto, data la sua natura im-prevedibile? Due elementi fondamentali: la vostra disposizione mentale e il modo con cui usate gli occhi. La principale causa di incidenti è la distrazione. Quindi il “piacere di guidare” aiuta anche a stare attenti. Chi guida con la stessa attenzione con cui manda un fax infatti, si espone a una situazione di rischio permanente perché “si accorge” con un attimo di ritardo degli imprevisti, quando addirittura non è lui a creare situazioni impreviste agli altri. Gli occhi poi, sono lo strumento della nostra attenzione, non mi stancherò mai di ripeterlo: sono loro che devono essere usati con impegno e attenzione. Volendo poi catalogare gli imprevisti possiamo dividerli per categorie: quelli legati agli altri utenti della strada (vedi AM n°……. Immaginazione…), quelli legati alle condizioni della strada, e quelli che possono dipendere dalla nostra automobile. Su questi ultimi, molto è cambiato negli ultimi anni: non abbiamo più auto che non frenano, fenomeni di vapor look che vi costringono a pompare sul pedale del freno quando la corsa del pedale si allunga, pneumatici che scoppiano. Anche i tempi dei tagliandi si sono allungati e il meccanico lo vediamo ormai raramente. L’unica cosa da controllare sono in realtà i pneumatici, verificando il loro stato, eventuali danneggiamenti della spalla per marciapiedi o buche, l’usura, l’omogeneità dell’usura (se consumano in modo non omogeneo verificare l’assetto). Ma la cosa più importante da verificare è la pressione. Questa va controllata almeno ad ogni cambio di stagione, tenendo conto che se la verificate “a caldo” avrete 0,1-0,2 bar in più. Inoltre è meglio gonfiare con prodotti specifici a base di azoto invece della semplice aria, per avere più costanza nel mantenimento della pressione e minori sbalzi di pressione sotto sforzo. Per quanto riguarda i valori specifici, un tempo si tendeva ad aumentare leggermente le pressioni, rispetto ai dati consigliati dalla casa, per ridurre la deriva dei pneumatici: oggi sconsiglio di farlo. Altra novità rispetto alle abitudini che avevamo contratto con pneumatici diversi, è relativa a una pressione leggermente inferiore a quella consigliata, che non ha, su pneumatici sportivi, quelle gravi controindicazioni che aveva in passato, poiché nuoceva molto alla stabilità. In qualche caso addirittura, per esempio con il Pirelli P Zero, a mio parere è meglio di gonfiare 0,2 bar in meno rispetto alla pressione consigliata dalla casa automobilistica. Si migliora complessivamente il grip della gomma e si evitano consumi eccessivi nella parte centrale del battistrada. C’è poi un aspetto, relativo al consumo, da considerare. Se su 4 pneumatici uguali avete consumi diversi, mettete i migliori sempre sull’avantreno. Migliorerete le prestazioni in aquaplaning (sono le ruote anteriori che entrano per prime nella pozzanghera) ed eviterete un comportamento sovrasterzante (su asciutto i pneumatici consumati hanno più grip e non vanno quindi messi sulle ruote anteriori). Se invece avete un auto con misure differenti fra anteriore e posteriore, cercate di sostituire possibilmente tutte e quattro le gomme e, se sostituite solo le posteriori, fate attenzione alla maggiore possibilità di sovrasterzo che avrete in curva.

IMPREVISTI VISIVI.
Vi sono diverse situazioni in cui potete avere una improvvisa e imprevista riduzione della visibilità. Molto pericolosi sono gli improvvisi banchi di nebbia, dove tutti frenano di colpo quindi “occhio” ai tamponamenti. Un fenomeno fastidioso è l’abbagliamento notturno da parte di un’auto che arriva in senso opposto; dovete evitare di guardare i fari dell’altra auto, guardate invece in basso a destra per mantenere la vostra posizione rispetto ai margini della strada. Poi ci sono le gallerie: di giorno è consigliabile togliere gli occhiali da sole entrando se li avete, oppure stringere gli occhi e spalancarli subito dopo all’ingresso della galleria. Viceversa in uscita.

IMPREVISTI STRADALI.
Non c’è niente di peggio che viaggiare su strada asciutta, e poi trovarsi improvvisamente in una curva ricoperta di brina ghiacciata. Mi è successo la scorsa settimana ed è più facile che la cosa si verifichi in zone non alpine come le nostre perché più a nord sono abituati a spargere sale ovunque. L’unica cosa da fare è prevedere queste situazioni. Si possono prevedere, se si conosce la temperatura e quindi il rischio gelo, osservando le caratteristiche della strada: le zone in ombra, i tornanti che rientrano in una gola, le curve ricoperte da alberi e i ponti, sono zone a rischio ghiaccio. Attenzione anche alle gallerie: quando si sbuca su un altro versante si può entrare in una galleria sotto la pioggia e in uscita trovare la neve.

IMPREVISTI AUTOSTRADALI.
La coda è sempre in agguato: l’ultima l’ho trovata a metà novembre sulla Bologna Firenze, quando in una curva c’era un fuoristrada cappottato per una placca di ghiaccio. In presenza di condizioni difficili o di traffico quindi occorre rallentare dove non avete visibilità. Capita poi spesso di trovare avanzi di pneumatici di camion scoppiati e di fare lo slalom fra questi. Se li vedete all’ultimo momento fate attenzione, nell’evitarli, a non sterzare troppo bruscamente. Inoltre non dovete frenare o togliere di colpo il gas durante l’evitamento perché l’alleggerimento del posteriore favorirebbe una sbandata. Evitare oggetti lungo la carreggiata in autostrada è sempre pericoloso, perché la velocità è sempre elevata. Prima di buttarvi in una manovra rischiosa quindi, pensate che si fanno meno danni all’auto passandoci sopra che finendo in un pericoloso testa coda.

IMPREVISTI PER GUASTI.
La classica domanda: che fare se scoppia una gomma? Non ha grandi risposte. Posso dire però “cosa non fare”: non fate brusche correzioni di sterzo, non frenate, non togliete di colpo il piede dal gas. Rallentate progressivamente tenendo ben saldo e dritto il volante. Nel caso in cui, dopo una bella strada in discesa affrontata allegramente, il pedale del freno dovesse andare giù e la macchina non frenare, non rimanete di sale! Togliete subito il piede dal freno e frenate nuovamente, ripetendo l’operazione anche due o tre volte (pompando sul pedale).

ALESSANDRO BERGONZONI

ALESSANDRO BERGONZONI

“Non sempre chi si ferma è perduto, a volte è semplicemente arrivato”
Alessandro Bergonzoni

Alessandro è sempre andato forte con le parole, oltre a correre, anche bene, nel Challenge Ferrari. I suoi spettacoli sono un turbinio di parole, i suoi voli pindarici linguistici non sono giochi, ma scomposizioni, frammentazioni e ricomposizioni di quella che è la nostra lingua parlata, e dei concetti che essa esprime. Tutto questo dimostra una padronanza della logica, e il piacere di mostrarne l’illogicità e le contraddizioni: il piacere di scoprirle fra le pieghe più insospettabili del linguaggio. Nella guida e nella tecnica di guida invece non c’è nulla di illogico perché sono le leggi della fisica a governare. Ma questo non significa che sia tutto semplice e lineare. Spesso ci sono indicazioni di guida apparentemente contraddittorie: ad esempio se in città vi attraversa la strada un gatto, avendo l’ABS, potete frenare al massimo e anche sterzare frenando per cercare di evitarlo. L’ABS, evitando il bloccaggio delle ruote, vi permetterà di avere direzionalità nell’attimo in cui sterzate. Così, durante i nostri corsi di guida sicura, gli allievi provano l’esercizio di Modulazione di frenata. Lo stesso esercizio viene però riproposto il giorno successivo a velocità maggiore: se l’allievo applica la stessa tecnica del primo giorno (freno, poi continuando a frenare, sterzo ed evito l’ostacolo), evita sì l’ostacolo, ma l’auto parte in testa coda! Gli allievi del corso allora si chiedono perché una tecnica valida il primo giorno di corso, si riveli inefficace e pericolosa il secondo giorno in un esercizio analogo. La risposta è che tutto cambia con la velocità! A velocità elevate (120 Km/h), l’ABS certo impedisce il bloccaggio delle ruote, ma l’auto durante una frenata ad alta velocità trasferisce comunque molto peso sull’avantreno, alleggerendo così il posteriore che perde aderenza. Quindi se vi dovesse succedere di trovare un ostacolo in autostrada, non dovete sterzare per evitarlo mentre frenate, mentre potete usare questa tecnica a bassa velocità! Tornando allora alla frase del nostro caro Bergonzoni, posso rilevare che se non c’è illogicità nella tecnica di guida, ne trovo invece tantissima nel comportamento alla guida di molti automobilisti, in particolare quando c’è tantissimo traffico: le corsie dell’autostrada sono tutte intasate ma trovi sempre qualcuno che ti sta appiccicato al sedere o addirittura pretende che tu ti sposti per farlo passare anche se davanti a te hai una coda di 50 auto. Si creano così, proprio nelle giornate dei grandi esodi, situazioni di pericolo anche se il traffico è molto rallentato, con assurdi tamponamenti che costringono tutti a lunghe code per la stupidità di pochi automobilisti. Non sempre chi si ferma è perduto dice Bergonzoni, a volte è semplicemente arrivato; ma a volte arriva proprio per questo suo fermarsi invece di incarognirsi a guadagnare tempo in una situazione (quella di grande traffico), dove devi solo rassegnarti ad avere tempo.
Tempo per aspettare, tempo di viaggio imprevisto, ma tempo per arrivare.

Siegfried Stohr

LA PAURA CREATIVA

LA PAURA CREATIVA

"la paura, che mi aveva posto tanti problemi, era in realtà una paura incredibilmente creativa. Perché chi ha molta paura, riflette molto".
Reinhard Karl - Montagna vissuta

Abbiamo sempre visto nella paura un limite: invece se la si sa usare diventa una risorsa. Si dice di certe persone che amano il rischio: io non credo che si possa amare la situazione di pericolo in se. Si ama quello stato mentale di massima allerta che ci dilata la coscienza, aumenta le nostre capacità di attenzione, vigilanza, controllo di noi stessi. Non tutti reagiamo allo stesso modo di fronte al pericolo. C’è chi rimane bloccato dalla paura e quindi vede limitate le sue capacità di reazione; e chi, invece, trova dentro di se risorse che non pensava di possedere. Allora la situazione di rischio, diventa una situazione che ci offre una ulteriore occasione di conoscenza.

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